La "realtà" di Giulio Giannotta
La realtà quotidiana e ordinaria, raccontata dalla pittura di Giulio Giannotta, pittore lucano, è un'indagine sul movimento"bloccato" e abitudinario che anima la città. Le immagini, cariche di una misteriosa presenza, evidenziano una sensibilità latente, una sorta di scena muta alla Hopper, dalla quale lo spettatore riconosce situazioni, occasioni, momenti familiari con cui è facile immaginarsi, o meglio figurarsi in una storia.
Giannotta decontestualizza la contemporaneità dell'ambiente urbano, tema a lui caro, creando dei moduli figurativi che, seppur controllati da una qualità pittorica di matrice iperrealista, conducono le immagini, le strade, i luoghi a soggetti allusivi dove il contenuto si abbandona alla pura rappresentazione.
Lo scatto fotografico è il punto di partenza che permette all'artista di definire il suo spazio scenico.
Giannotta non lavora sulla memoria ma su un preciso progetto di neutralità visiva.
Dott.Antonio Locafaro

 

 

Un ritratto in "attesa"

 

Quando ho deciso di scrivere a proposito dei dipinti di Giulio Giannotta, pittore lucano che da anni vive e lavora a Siena, non ho avvertito solo la volontà di affrontare una questione di natura strettamente fenomenologica o estetica ma mi sono sentito interessato, più che altro, alla sua presenza pittorica.

I suoi dipinti, infatti, non mi apparivano semplicemente come un’allegoria di stati d’animo o un’attenta osservazione di un fenomeno, quello dell’attesa, quanto una liberazione coloristica per catturare l’incanto della luce sulla pelle.

Così fui colto dal vedere le pennellate che tornavano su loro stesse pronte ad esaltare la luce, a mettere in fuga le velature, permettendo alle ombre di esaurirsi in una pura visione, evitando di essere solo qualcosa di sottointeso, di sussurrato o meglio di non detto.

Giannotta allaga di luci ed ombre le sue tele eppure, nello stesso tempo, ci restituisce, senza troppe sorprese, la visione di un’immagine palpabile e che non ha riluttanza a mostrarsi. L’artista non eccede mai con i colori, non si perde in esuberanti fraseggi cromatici che fuoriescono dalla tela. Tutto rimane sotto il suo sguardo. È un colore che non cela i silenzi, concedendosi in una immediatezza lirica e poetica.

La serie dei “Ritratti” che Giannotta ci propone, tutti realizzati tra il 2005 ed il 2006, sono immagini di donne colte in quel attimo disincantato dell’attesa: forse l’attesa di uno scatto.  I suoi quadri sono ricavati da foto precedentemente scattate dall’artista stesso o prese in prestito da riviste e seppur la fotografia ha permesso di ampliare o meglio di indagare in maniera più attenta e penetrante i movimenti di un’azione, fermandoli lì, nell’attimo in cui si attende, la pittura di Giannotta ha saputo catturare nuovamente quel momento, mai più opportuno, per trascendere il movimento e svelare all’occhio un corpo o il volto di una donna.

Giannotta ricalca il percorso storico del ritratto giungendo ad una personale cifra identificativa. In lui vedo la forza di Vermeer, la pennellata sciabordante e grumosa dei Macchiaioli, il taglio grafico di Hopper ed una coscienza da Iperrealista, eppure il nostro artista ha voluto raccogliere in immagini le suggestioni della luce piena e delle sue ombre; ha voluto cogliere la bellezza inscindibile delle donne, la loro sensibilità, forza e debolezza.

A differenza dell’esperienza di Arnulf Rainer, che nel tentativo di correggere l’eccessiva staticità delle sue fotografie le integrava con pennellate di gusto espressionista, il nostro artista lucano, partendo dall’immagine fotografata, crea un’immagine della stessa guidata da una ricognizione ricca di sensazioni e di affetti personali, seppur le immagini delle donne non gli appartengano. Estrapola i soggetti dal contesto di origine, ne annulla le coordinate testuali e ne apre una nuova possibilità di lettura. È il volto stesso a spingerci ad osservarlo più e più volte e ,come se non bastasse, ci destabilizza con una continua mobilità.

Il fascino del suo ritrarre nasce proprio dal contrasto tra l’oggettiva realtà dell’immagine e quello di cui egli ci testimonia. Non viene condotta, salvo per alcuni casi, una sorta di narrazione di memoria quanto una trasformazione dell’immagine in una condizione idilliaca. In un certo senso Giannotta compie una recherche di velatura proustiana, riscatta le forme, i volti ed i corpi delle donne ritratte contrastandone l’azione repressiva della ragione. A tal proposito Marcuse scrisse, riferendosi al pensiero di Proust, che « La liberazione del passato non finisce con la sua riconciliazione con il presente (…) l’orientamento sul passato tende verso un orientamento sul futuro. La Recherche du temps perdu diventa il veicolo di una futura liberazione».

Le donne di Giannotta sono bloccate in quel tempo di un’attesa, private di uno spazio che abbia potuto renderle vitali, perché ormai decontestualizzate; sono colte in una innaturale naturalezza, come se fossero estrapolate dal un’immagine mentale, pur appartenendo ad un mondo reale.

Mi sembrò inevitabile, dopo averle così tanto osservate, chiedermi cosa stessero guardando ma ben presto mi accorsi che non era nell’intenzione dell’artista quello di ritrarle; intenzione che diventava, senza ombra di dubbio, un pretesto per un’analisi più profonda.

L’attesa, nei suoi quadri, diventa una sorta di abbandono fisico, una precarietà che non può mai attuarsi come atteggiamento volitivo per il quale è possibile rappresentasi. Pertanto, a mio avviso, il loro mostrarsi è un restare in attesa, in quanto luogo non definitivamente conquistato e che mai lo potrà essere.

E, quanto più l’attesa possa allontanarsi dal rappresentare un oggetto, tanto più il restare in attesa si avvicina alla rappresentazione del qualcosa che si attende.

Dott.Antonio Locafaro

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now